Che cosa farò da grande?

Ale

Come s’intitolava quel film? “Nessuno si salva da solo”, mi pare.

Nel mio caso non so se si possa effettivamente parlare di salvataggio ma di certo da solo non ce l’avrei mai fatta.

Sono stato aiutato nell’organizzazione, nel tempo, nella progettazione del negozio, nelle sostituzioni quando ero malato, nelle grafiche del logo, nei colori e sulla scelta dei quadri da appendere nella mia gelateria e tanto altro.

Partiamo però dall’inizio, erano sei anni fa, ero in Piazza Minghetti, avevo appena chiuso con il lavoro precedente e mi ritrovavo con una birretta in mano da una parte e con il mio amico Luca dall’altra.

Gli chiedevo: “Oh Luca, ma cosa farò io da grande secondo te?”

lui mi risponde: “Vendono la gelateria in fondo a Via d’Azeglio, mettiti a fare il gelato, no?”.

Era una gag, o meglio, voleva essere una gag.

Ci dormo su una notte e la mattina dopo inizio a organizzare le mie risorse psicofisiche ed economiche per valutare se quel progetto fosse fattibile.

Ci dormo su qualche altra notte e dopo aver preso una vaga coscienza penso e dico: “Sì, perché no.”

 

brindisi
questo è il brindisi con gli amici della decisione presa

 

Ero carico. Perché stavo per maturare un progetto, perché avere una gelateria mi sembrava un ottimo modo per ripartire, perché avevo smesso di avere paura del futuro ed ero pieno di idee su come mi sarebbe piaciuto organizzare un nuovo spazio tutto mio.

Piccolo dettaglio: non sapevo fare il gelato.

Ho pensato che avrei imparato.

Ho studiato, ho piano piano provato a fare il gelato artigianale con le mie mani, mi sono messo d’impegno e alla fine ho preso un diploma a Rimini che non espongo in negozio perché tra le foto di Bologna antica e il mio diploma penso siano meglio le immagini della mia bellissima città piuttosto che un “titolo di studio/pezzo di carta”.

Mi sono rimboccato le maniche per far partire tutto, tranne che per fare il gelato: lì le maniche me le rimboccavo ma non serviva a niente, nel senso che mi imbrattavo vestiti e divisa dalla testa ai piedi.

Adesso il gelato lo faccio in tre ore, a volte anche meno, prima iniziavo alle quattro del mattino e finivo alle due di pomeriggio. Ce la mettevo tutta.

Fiordilatte
questo è il mio primo cono fatto con enorme soddisfazione

 

Uno dei primi giorni ricordo che venne un fornitore a portarmi degli ingredienti, sono uscito dalla gelateria che ero letteralmente pieno di cioccolato.

Mi fa, quasi impietosito: “Oh ma ti serve una mano?”, non gli ho detto di sì e mi sono fatto una risata, devo essere stato parecchio esilarante conciato in quel modo.

Il primo cono l’ho fatto per il mio amico Andrea, non appena lo assaggia mi dice “Ale è stra buono, però impara a fare i coni, questo è ingestibile, troppo grosso!”

 

primo morso
Andrea e il primissimo assaggio

 

Con il tempo ho imparato a fare i coni, ora li faccio più comodi da mangiare, però mi ritengo generoso: i miei coni gelato non saranno mai piccoli per una questione di principio, il gelato ce lo si deve godere per benino, poco non basta.

Con il tempo ho anche smesso di urlare “GELATOOOO” ogni volta che aziono il mantecatore, all’inizio era una abitudine far partire l’urlo, ero esaltato, ero felice, semplicemente perché stavo facendo esattamente quello che volevo fare ed ero esattamente dove volevo essere.

Piano piano fare il gelato è diventata la mia abitudine e anche se non urlo più come un bambino sento sempre soddisfazione e allegria quando vedo che il mio gelato piace ai bolognesi, ai turisti, ai medici in pensione, ai bambini che escono da scuola, agli avvocati in pausa pranzo e proprio te che stai leggendo.

Non l’hai ancora assaggiato? Cosa?

Corri qui in Via d’Azeglio e dimmi cosa ne pensi.

Ti aspetto e ti prometto un cono generoso come al mio solito.

Alessandro